Tutti vegani per restare in salute? “The China Study” e le sue conclusioni

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Con mezzo milione di copie vendute in tutto il mondo, The China Study è ormai considerato uno tra i più importanti studi scientifici a sostegno del vegetarianismo e del veganismo. In soli dieci anni infatti, dalla sua prima pubblicazione avvenuta nel 2005 ad opera di un piccolo editore degli Stati Uniti (in Italia è stato tradotto solo nel 2012), la diffusione di quest’opera realizzata dallo scienziato americano Colin Campbell e da suo figlio, il medico Thomas Campbell, è stata tanto grande da far ricevere a questo libro ben presto l’appellativo di vera e propria “bibbia” dei vegetariani e dei vegani.

Non è difficile capire le motivazioni che stanno dietro a un tale successo: nel panorama della letteratura scientifica infatti, a sostegno della dieta vegetariana intesa in tutti i suoi differenti regimi alimentari, dal latto-ovo-vegetarianismo fino al veganismo crudista e al fruttarismo, questo studio si è inserito a pieno titolo sia come denuncia sociale nei confronti del Sistema alimentare in cui viviamo, e sia come testo scientifico nel vero senso del termine. Ma questo saggio si ripropone soprattutto di farci riflettere; di aiutarci a comprendere, di mettere un po’ di ordine tra le informazioni contraddittorie che ogni giorno vengono annunciate dai media e in particolar modo dalla pubblicità. E per farlo ci propone dei ragionamenti insieme ad una impressionante mole di dati raccolti ed elaborati in maniera dettagliata, tanto da far apparire le primissime pagine persino noiose a chi non è un addetto ai lavori, corredate cioè di informazioni prettamente scientifiche che solo più avanti si rivelano anche essenziali e comprensibili.
Il quadro che ne risulta dipinge la nostra Società dei consumi come piena di false informazioni sulla salute e sul benessere psico-fisico. Informazioni che, secondo i Campbell, vengono pilotate dalla connivenza tra la grande Lobby industriale dei prodotti alimentari, le case farmaceutiche e l’ottusità della scienza medica tradizionalista che non sempre riesce a riconoscere i propri errori e magari a rivedere le proprie posizioni.

Il titolo, già così rigoroso nella sua semplicità, non vuole lasciare spazio ai dubbi, rivelando uno studio di ampio respiro a dir poco monumentale: si tratta di una ricerca epidemiologica effettuata da un team di scienziati coordinati dallo stesso Colin Campell, grazie alla collaborazione della Cornell University, dell’Accademia cinese di Medicina preventiva, dell’Accademia cinese di Scienze mediche e infine dell’Università di Oxford. La ricerca si è sviluppata in due fasi, la prima iniziata nel 1983 e la seconda nel 1989. In entrambe le fasi sono stati raccolti dati relativi ad abitudini alimentari (coadiuvati da campioni di sangue e di urine) di uomini e donne adulte tra i 35 e i 64 anni, residenti nella Cina rurale e nell’isola di Taiwan. Nella prima fase si contavano 6.500 residenti in 138 villaggi, e nella seconda ben 10.200 persone che vivevano in 170 villaggi di differenti contee.

I dati che derivano da questo studio analizzano soprattutto il rapporto che c’è tra l’alimentazione e lo sviluppo di malattie. Questo concetto appare chiaro fin dall’inizio, quando due tra le tesi più importanti della medicina naturale vengono espresse in maniera diretta su una così larga scala di casi analizzati. In questo modo avremo due assunti principali, il primo dei quali è che le malattie non sono da considerarsi esclusivamente di derivazione genetica. I geni infatti vengono attivati in un processo che coinvolge anche l’alimentazione, la quale ha un ruolo fondamentale nella loro espressione, siano essi “buoni” o “cattivi”; L’altro principio è che i farmaci e la chirurgia non sono la soluzione migliore per la cura delle malattie stesse, anzi, in molti casi secondo i Campbell è proprio la cura farmacologica a generare ulteriori malattie dovute agli effetti collaterali di medio e lungo termine.

L’argomento sul quale si concentra il libro nella sua parte scientifica resta prevalentemente l’alimentazione, da guardare come vera e propria cura per moltissime malattie, tra le quali alcune diventate una vera piaga negli ultimi decenni a causa del numero di persone che ne sono affette. Pensiamo in particolare, come ci viene spiegato dagli autori, al diabete, all’obesità, alle malattie cardiache e ovviamente al cancro.
Il risultato dello studio cinese ha cercato di provare come, tra i soggetti esaminati, l’incidenza di malattie come il cancro alla mammella, il cancro al colon e quello al polmone, il diabete, l’osteoporosi, l’ictus, l’ipertensione e le altre malattie cardiocircolatorie fosse molto bassa o in taluni casi inesistente. Secondo i dati esposti queste malattie erano praticamente sconosciute, o quasi, nelle zone rurali della Cina dove si consumavano in media 4 grammi di proteine animali al giorno. Mentre ben diversa era la situazione per chi abitava in città, come ad esempio la capitale Beijing e la ricca Shangai, dove queste stesse patologie risultavano invece diffusissime e dove, ci spiegano i due autori, era presente una dieta molto più ricca di cibi animali e soprattutto molto più povera di cibi vegetali.

Lo studio che ci presenta Campell in questo libro però non si limita ai soli dati cinesi. Al suo lavoro infatti ha aggiunto anche ulteriori ricerche condotte da altri scienziati, e tra queste spicca quella effettuata in India su dei topi da laboratorio, nella quale si intendeva stabilire ancora una volta la relazione tra il cancro e le proteine animali. Secondo quanto riportato da Colin Campbell, la ricerca indiana aveva provato come le cavie, sottoposte ad una dieta ricca di proteine animali, si erano ammalate di carcinoma epatico, mentre il secondo gruppo di roditori sottoposto ad una dieta piuttosto povera di tali proteine (solamente il 5% sul totale prescritto agli altri topi) apparentemente non aveva fatto registrare casi di tumore.

Sulla base di questi risultati anche Campbell ha deciso di condurre e inserire dei test simili, utilizzando anch’egli delle cavie da laboratorio (una crudeltà della quale lo scienziato si è sempre scusato con l’opinione pubblica e con i propri lettori, poiché egli stesso si è detto impossibilitato a trovare differenti mezzi per provare una ricerca clinica così importante).

Nella sua ricerca ha così sperimentato gli effetti della caseina sui topi, e più precisamente la capacità delle proteine del latte e dei suoi derivati di riuscire a nutrire le cellule cancerogene. In assenza di queste infatti, il cancro dei topi sembrava smettere di crescere. Con questa ulteriore analisi Campbell ha ritenuto perciò di aver trovato le prove che aveva sempre cercato: e cioè il fatto che non si tratta solo delle proteine animali in quanto tali ad essere dannose per l’organismo umano, ma anche quelle proteine che hanno una origine animale proprio come nel caso del latte e dei latticini.

Negli anni non sono di certo mancati i critici e i detrattori delle teorie esposte da Campbell, tuttavia è interessante notare come all’inizio una parte di queste critiche non contestavano i dati scientifici forniti dallo stesso autore, magari anche con ulteriori ricerche che potessero provare in maniera inconfutabile il contrario di quanto detto in The China Study, ma adducevano invece argomentazioni contro la sua stessa persona, quella cioè del professionista Campbell, arrivando a mettere in dubbio la sua stessa reputazione nel fare ricerca scientifica poiché era “solo un biochimico e non un medico con esperienza con veri pazienti nel mondo reale”. L’autore si è perciò difeso da questi attacchi come “il tentativo di spostare l’attenzione dai risultati della ricerca, confondendo i lettori con episodi della vita privata che nulla hanno a che fare con the China Study”.
In seguito invece, alcune ricerche anche se non del tutto paragonabili quantitativamente allo studio cinese, si sono concentrate proprio sul rapporto tra le proteine del latte e la crescita di certe tipologie di cancro. Alcuni scienziati hanno messo in dubbio questa relazione puntando il dito sul fatto che gli esperimenti di Campbell sono stati condotti in vitro, perciò hanno spiegato che era naturale, secondo questa interpretazione, che la caseina aggiunta alle cellule tumorali le avrebbe nutrite come qualunque altro nutriente, tanto quanto cioè le proteine vegetali. Quali sarebbero state le reazioni delle cellule con il cancro di fronte ad alimenti reali? Ovvero somministrando la caseina non in maniera isolata ma all’interno di cibi veri? In altre parole, secondo il risultato di questi esperimenti pubblicati su alcune riviste scientifiche internazionali, per quanto ne sappiamo, piuttosto che la caseina potrebbero persino essere i carboidrati o gli zuccheri ad essere correlati con il cancro e non il latte.

Sulla relazione tra il consumo di carne e lo sviluppo dei tumori invece, sono stati pubblicati alcuni studi che non potendo smentire del tutto tale correlazione hanno fatto leva sul consumo moderato, dando così un colpo al cerchio e uno alla botte nel dibattito sulla salute e sull’alimentazione onnivora. Va detto però che, in certi casi, a commissionare questi report sono state le stesse industrie produttrici di carni o che hanno forti interessi economici nella sua commercializzazione alimentare. In Italia per esempio, nel 2014, è stato presentato un rapporto che avrebbe dovuto dimostrare come la carne non possa dirsi responsabile di alcune delle patologie elencate. Il rapporto infatti sembra concentrarsi, almeno nel capitolo sull’alimentazione, sul fatto che obesità e ipertensione non siano attribuibili al consumo di carne ma ad uno stile di vita stressante e sedentario. Purtroppo, il fatto che tale pamphlet sia stato sponsorizzato dalle associazioni di categoria delle tre filiere di carne italiana bovina, suina e avicola, potrebbe aver fatto sorgere qualche dubbio sulla imparzialità di giudizio.

Concludiamo ricordando che consumare salumi, insaccati e ogni genere di carne lavorata può causare il cancro e probabilmente anche mangiare carne rossa: l'allarme arriva dall'Iarc, l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, parte dell'Oms, l'Organizzazione mondiale della Sanità. Il rapporto dell'Iarc, redatto sulla base di oltre 800 studi precedenti sul legame tra una dieta che comprenda le proteine animali e il cancro, conferma dunque le attuali raccomandazioni "a limitare il consumo di carne". Lo studio, anticipato nei giorni scorsi dal Daily mail e oggi pubblicato su Lancet Oncology, include la carne di maiale tra la carne rossa, insieme a quella di manzo, vitello, agnello, pecora, cavalli e capre.

Staff scientifico del Centro Healthy